paragrafo terzo

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L’uomo tra mille, infatti, è senza remissione altrettanto privo di significato che un capello. Chi vorrà rendere responsabile in Germania questo innocente, questo stupido uomo tra mille, di quello che si agita sotto il cuoio capelluto di Adolf Hitler? Egli è percorso tanto quanto un altro da correnti di un’intensità estrema di cui non comprende che poche cose, che non ha scelto e di cui valuta a fatica le conseguenze. Ora ciò che chiedo qui con grande insistenza è che queste correnti vengano studiate e che si smetta di parlare sia di Adolf Hitler che degli uomini tra mille che lo portano oggi in trionfo. Ma la virtù che nego all’individuo non deve affatto essere negata alla funzione, anche se si tratta della funzione economica, e addirittura, anche se si tratta della funzione politica. Il movimento sociale non può toccare infatti che l’insieme ed è del tutto vano rinchiuderlo in un luogo qualsiasi così come inutile sarebbe localizzare l’anima in qualche ghiandola. E se è davvero movimento d’insieme, va da sé che non può neppure essere ridotto a uno degli aspetti di questo movimento come la lotta di classe. Non è più tempo di utilizzare formule vaghe, di determinare processi particolari che avrebbero un ruolo più importante degli altri o che sarebbero cronologicamente precedenti agli altri. Se si considerano le cose sociali con metodo e nella loro interezza, il marxismo come il pensiero individualista ordinario non è che un guazzabuglio del tutto privo di significato se non quello storico, se non quello che risulta dalle sue conseguenze pratiche. Io credo, è vero, che questo modo di parlare appaia audace, ma sono colpito soprattutto dalla folle assenza di audacia particolare dei miei contemporanei appena si discute della società in cui vivono. Questi stessi contemporanei danno prova di grandi capacità in altri campi, ma in materia di cura sociale cercano ancora insegnamenti in libri di magia vecchi di tre quarti di secolo. Non mi piace fare ricorso a battute che possono sembrare facili, ma non posso impedirmi di chiedermi chi si metterebbe nelle mani di un medico che compila le ricette secondo i manuali del 1860? È tempo di arrivare alle cose serie, quando si tratta dell’esistenza collettiva ed è quello che vorrei ottenere qui almeno da alcune persone: pongo dunque una insistenza, che ammetto contaminata dall’ansia, nel definire le condizioni di questa serietà. Non devo insistere per chiedere che si creda a ciò che dico: faccio in genere tutto il possibile per questo. Sviluppo degli argomenti. Cerco di fornire qualche evidenza sensibile. Ognuno può concluderne ciò che gli conviene ma non è di questo che si tratta. Chiedo solo che ci si renda conto dell’incompatibilità di tutto ciò che ho rappresentato con le idee diffuse. Tale incompatibilità è radicale e credo che la farò capire mostrando semplicemente su quale punto possono vertere le differenze. Se esiste davvero un movimento d’insieme, ha le sue esigenze proprie, indipendenti da quelle dell’uomo tra mille. Nella misura in cui la considerazione di un dato movimento d’insieme fa considerare tale sviluppo ulteriore, è inutile in quel momento rappresentarsi tutti gli argomenti attinti dall’arsenale del capello, dell’uomo tra mille, dello stomaco, della produzione economica, della lotta di classe, della politica elettorale. Indubbiamente, le realtà di quest’ordine secondario sono percorse dalle forze animatrici della società. Ma è solo nella misura in cui è possibile scoprirvi il passaggio di forze che, anche se esse le trasformano, le rimangono esterne che esse meritano di essere prese in considerazione. Nessuno dei dati dell’osservazione immediata in ogni caso può esser preso in considerazione in maniera importante ogni volta che ci si trovi alla presenza della formazione di una composizione di forze. Le strutture molecolari non risultano dalla volontà, dai bisogni o dalle condizioni degli atomi: esiste tutt’al più una conformità vaga, una semplice possibilità di accordo, tra le esigenze del movimento atomico e quelle del movimento molecolare. E pressappoco lo stesso vale per la struttura sociale le cui trasformazioni si producono senza un vero accordo delle esigenze individuali ma almeno entro limiti tali che questo accordo rimane possibile nell’insieme – accordo che si deve d’altronde qui intendere naturalmente come possibilità di sostenere. Mi chiedo quale protesta attinta dall’esistenza vissuta potrebbe essere fatta se si afferma che gli individui si piegano ad un movimento sociale a volte con gioia e spesso loro malgrado, ma che non lo determinano. È il movimento d’insieme della società che si determina da sé: le sue esigenze sono le leggi del suo stesso sviluppo. Ogni considerazione conseguente che si basi sull’esistenza umana nella sua realtà che è sociale deve dunque essere dissociata con un’energia ostinata. Ne fornirò un primo esempio facendo riferimento alle mie precedenti conferenze. Ho detto tra l’altro che la dominazione dello spirito militare era necessariamente fragile e che lo spirito della tragedia doveva necessariamente averla vinta alla lunga – senza che si possa prevedere in quale maniera. Non affermo affatto di avere raggiunto la prova su questo punto. Ho offerto un certo numero di ragioni che mi paiono sufficientemente convincenti, ma non è proprio questo il punto. Ciò che mi pare privo di senso a questo riguardo, è di andare ad interrogare, o osservare silenziosamente l’uomo tra mille; è di rientrare nell’atmosfera dell’informazione politica dei giornali e di contrapporre le differenti rappresentazioni che si formano in queste condizioni a delle rappresentazioni tratte dalla considerazione del movimento d’insieme come i giochi della tragedia e dell’esercito. Come investigare con la radioscopia i desideri che agitano un essere umano.